La donna e il suo ruolo nell’antica Sparta

La donna e il suo ruolo nell’antica Sparta
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Se nella democratica Atene la donna era per lo più relegata in una posizione marginale all’interno della società, potendo acquisire un ruolo di primo piano solo nel mondo alla rovescia della commedia attica (si pensi, ad esempio, alla Lisistrata di Aristofane), al contrario a Sparta il genere femminile poteva conoscere, in condizioni di assoluta normalità, una posizione non irrilevante nel contesto di quella città, e tenteremo di mostrare in che modo ciò potesse avvenire.

Tra mito e realtà

In termini generali, si può dire che nell’antichità classica l’immagine della donna spartana sia andata incontro a due fenomeni di pari intensità ma esattamente opposti quanto alla sostanza, ovvero da un lato l’idealizzazione della loro immagine, dall’altro la loro aperta denigrazione: del primo fenomeno sono chiara testimonianza le eroiche madri spartane di cui ci viene detto che incitavano i propri figli a morire in guerra per Sparta, al punto di lamentarsi vedendoli tornare vivi dal fronte; quanto invece all’aperta denigrazione, questa trovava espressione nel vero e proprio luogo comune della donna spartana scostumata e spudorata, di cui veniva tradizionalmente elevata a paradigma Elena di Troia, la moglie fedifraga di Menelao, che nei poemi omerici ci è presentato come sovrano di Sparta. Su questo specifico punto, va però notato che è assai probabile che sia stata proprio l‘inusuale indipendenza delle donne spartane cui si accennava in apertura – inusuale, si intende, al confronto di altre città greche, in primis Atene – a far nascere questa sorta di leggenda nera sulla dissolutezza delle donne di Sparta.

Sparta
Elena di Troia, archetipo della Spartana dissoluta, in un dipinto di Dante Gabriel Rossetti del 1863.

L’educazione delle ragazze

Venendo ora a parlare più in dettaglio della condizione femminile nella società lacedemone, non si può trattare il tema se non a partire dal percorso educativo delle fanciulle di Sparta, che, esattamente come quello dei bambini, era curato direttamente dalle istituzioni cittadine e si concentrava particolarmente sull’esercizio fisico, fatto, secondo Plutarco, di corsa, lotta e lancio del disco e del giavellotto, nonché, stando a Senofonte, di vere e proprie gare di corsa e di forza tra le fanciulle.

Tutto questo, per gli ammiratori del modello spartano, e il secondo dei due autori greci appena ricordati rientrava in questo novero, rivestiva una funzione essenziale anche in vista del futuro ruolo di madri di queste ragazze, alle quali durante il percorso di formazione veniva consentito di consumare pasti abbondanti e bere del vino, presumibilmente nell’ottica di mantenerne in pieno vigore il fisico. D’altra parte, mettere al mondo dei figli era un compito essenziale per la stessa sopravvivenza di Sparta, costantemente tormentata dal problema dell’oligandrìa, cioè la penuria di uomini che fossero cittadini di pieno diritto (o Spartiati).

Rientrava nell’educazione delle giovani spartane anche la μουσική (musichè, comprensiva di canto e danza), che veniva loro insegnata nei cori,che per le ragazze funzionavano anche come luogo di apprendimento dei valori civici di Sparta e di preparazione alla partecipazione alla vita religiosa della città.

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Giovani spartani, ragazzi e ragazze, fanno esercizi ginnici in un dipinto di Edgar Degas (1860).

L’intero percorso educativo delle fanciulle infine, esattamente come quello dei ragazzi, si svolgeva nell’ambito di forme di vita collettiva nelle quali, proprio come nel mondo maschile, doveva dominare lo spirito di emulazione e competizione (abbiamo ricordato prima i concorsi ginnici e si possono qui aggiungere le gare tra cori di fanciulle) e si formavano con ogni probabilità relazioni di tipo omoerotico.

Il matrimonio e la proprietà

Parlando di donne, viene naturale allargare il discorso anche al matrimonio e al suo funzionamento a Sparta. Si può innanzitutto evidenziare che anche in questo campo la vigilanza delle istituzioni cittadine era attenta, estesa a tutto campo e diretta in particolare a garantire, per così dire, il regolare funzionamento di questo istituto sotto diversi punti di vista.

Innanzitutto si esercitava una forma di pressione sociale nei confronti di quanti tra gli uomini non si sposavano, fino al punto, ma su questo aspetto non possediamo informazioni probanti, di intentare contro di loro vere e proprie azioni giudiziarie: tra le altre cose, basterà ricordare che ai celibi oltre i trent’anni era proibito prendere parte alla festa delle Gimnopedie e che gli stessi celibi, nel corso di una festa di cui non ci è tramandato il nome, erano sottoposti alla tortura di subire dei colpi di canna inferti loto da donne, affinché, pur di sottrarsi a quel tormento, si innamorassero e si sposassero.

Analogamente, erano sottoposti a forme di pressione anche quanti si sposavano tardi, cioè non nel pieno vigore degli anni (ma comunque dopo l’età minima che con ogni probabilità esisteva per entrambi i sessi), e, in generale, tutti coloro che contraevano quello che era definito un cattivo matrimonio: in questa categoria rientravano, tra le altre cose, il matrimonio con una donna straniera o proveniente da una famiglia caduta in disgrazia, oppure la scelta (o la rinuncia) matrimoniale basata su considerazioni legate esclusivamente alla condizione di ricchezza (o di povertà) del futuro coniuge.

Quanto alla concreta procedura del matrimonio, a Sparta essa era articolata nelle due tradizionali fasi dell’ἐγγΰη (enghiùe) e dell’ἔκδοσις (ékdosis). La prima era l’impegno rituale tra il padre della sposa e il futuro sposo che garantiva la legittimità del matrimonio quando questo sarebbe stato concluso, quindi anche a distanza di molti anni, e la conseguente rinuncia da parte del padre ai suoi diritti sulla figlia; la seconda era invece il trasferimento della sposa dalla casa del padre a quella dello sposo.

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Attività delle donne nel gineceo (particolare da un vaso a figure rosse).

Nel caso di Sparta, comunque, entrambe queste fasi presentavano delle peculiarità. Quanto all’ἐγγΰη, poteva darsi il caso specifico della πατροῦχος (patrùchos ), ovvero della figlia femmina che, in mancanza di fratelli o discendenti di fratelli, riceveva in eredità i beni materni e paterni: nel caso in cui questa donna non fosse stata promessa in sposa dal padre, il compito di indicare un marito per lei ricadeva sui due re.

Rispetto invece all’ἔκδοσις, questa a Sparta si concretizzava in uno specifico rituale che prendeva il nome di ἁρπαγή (arpaghè), ovvero rapimento. Secondo quanto ci testimonia Plutarco si trattava, per la neo – sposa, di farsi radere i capelli e attendere sola e al buio, distesa su un pagliericcio, che il suo sposo terminasse di prendere parte ai pasti comuni con gli altri Spartiati, la raggiungesse e giacesse con lei, per poi tornare a dormire con i compagni di sissizio. con i quali avrebbe poi continuato a condurre vita comune fino ai 30 anni, vedendo la moglie solo di nascosto anche dopo che questa era diventata madre. Solo dopo il compimento del trentesimo anno dell’uomo, pertanto, cominciava per una coppia spartana la fase della coabitazione matrimoniale.

Non era neanche inusuale né scandaloso, a Sparta, che una donna intrattenesse rapporti sessuali per così dire paralleli con due uomini diversi: poteva ad esempio darsi il caso di un uomo anziano con una moglie più giovane che chiedesse ad un uomo più giovane di generare un figlio per lui con sua moglie, oppure poteva accadere che un uomo che non intendeva sposarsi ma voleva dei figli chiedesse la moglie “in prestito” al legittimo sposo. In entrambi i casi, comunque, il fine ultimo era mettere al mondo un figlio, sempre nell’ottica di ovviare all’oligandrìa cui si accennava in precedenza.

In conclusione, anche il fatto che le donne di Sparta potessero in certi casi disporre di ingenti ricchezze ne testimonia il peculiare ruolo nel contesto lacedemone. In particolare, è nota l’indignata affermazione di Aristotele, nella Politica, secondo la quale le donne spartane erano giunte a «possedere i due quinti dell’intero territorio». Sebbene non sia chiaro in base a quali calcoli il filosofo abbia ottenuto il dato che riporta, quest’ultimo non appare del tutto sorprendente se si considerano da un lato i beni delle πατροῦχοι ricordate prima, dall’altro la possibilità che a Sparta fossero in vigore disposizioni simili a quelle attestate, per Creta, dal Codice di Gortina: in questo documento si disponeva che, in sede di successione ereditaria, alla figlia spettasse la metà dei beni toccati a ciascun fratello.

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