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In principio Dio creò il cielo e la terra. Inizia così il best seller per eccellenza, il libro più letto e più tradotto della storia e che vende ancora milioni di copie ogni anno: la Bibbia. Da secoli la scienza fornisce una risposta diversa da quella biblica, individuando le origini dell’umanità nell’evoluzione e quindi nel caso. Non ci fu dunque uno spirito vitale a dirigere il processo ma una serie di cause che spinsero, semplificando, certi scimmioni a scendere dagli alberi, ad alzarsi in piedi, a camminare, a sviluppare man mano la propria intelligenza in maniera sempre più complessa e approfondita. La teoria evoluzionistica è accettata ormai anche in molti ambienti cristiani dove tuttavia si sostituisce Dio al caso. La teoria degli antichi astronauti, invece, non crede né a Dio né al caso.

tassili n'ajjer antichi astronauti

I dipinti rupestri di Tassili n’Ajjer, in Algeria, risalgono al 7000 a.C. e, secondo i sostenitori della teoria, sarebbero prova dell’esistenza degli antichi astronauti. (Patrick Gruban)

ANTICHI ASTRONAUTI QUALI CREATORI? – A partire dalla seconda metà del XX secolo, ispirandosi forse ai racconti di H. P. Lovecraft o alle conquiste spaziali, alcuni autori (fra cui i più importanti sono Peter Kolosimo, Zecharia Stichin e Erich Von Daniken) iniziarono ad elaborare una nuova e affascinante teoria sull’origine dell’umanità: dobbiamo la nostra esistenza all’opera di evolute civiltà extraterrestri.

La teoria degli antichi astronauti sostiene che gli alieni, attraverso tecniche di ingegneria genetica, crearono in laboratorio l’Homo Sapiens incrociando il loro DNA con quello degli ominidi. Per un lungo arco di tempo, gli uomini lavorarono e vissero al servizio degli alieni che potevano sottometterli grazie alla loro tecnologia superiore. Poi, per ragioni mai chiarite, gli alieni lasciarono la Terra lasciando però agli uomini il ricordo e la suggestione del loro passaggio. L’influenza fu enorme: a lungo gli uomini avrebbero ricordato il periodo in cui ricevevano visite dal cielo e ammiravano e veneravano queste creature superiori credendo fossero delle divinità.

Sarebbe stato solo grazie alla tecnologia aliena se gli uomini riuscirono a realizzare le piramidi egizie, le ziggurat mesopotamiche, i templi aztechi e maya in America, le linee di Nazca e le imponenti opere megalitiche come il celebre cerchio di Stonehenge. Tutte opere ritenute improbabili per le conoscenze degli uomini antichi. Anche la precisione dei calcoli astronomici e il grande interesse verso lo spazio vengono spiegati come un’eredità della civiltà superiore che nello spazio, evidentemente, era abituata a muoversi.

Anche la mitologia dei diversi popoli antichi, così densa nel raccontare storie di uomini dotati di forze sovrannaturali, giganti, mostri e divinità in grado di alterare a loro piacimento le vicende terrestri sarebbe un romanzato resoconto dei contatti, un tempo frequenti, fra uomini e alieni. Inoltre cercando e guardando con attenzione i reperti archeologici sarebbe possibile trovare raffigurazioni di dischi volanti e astronauti. Un esempio fra i tanti sono i dogu del Giappone: statuette risalenti al 3000 a.C. che raffigurano creature stilizzate. Alcuni vi avrebbero visto, fra i 20.000 dogu rinvenuti finora, stature che riportano caschi simili a quelli impiegati dai cosmonauti contemporanei.

djoser antichi astronauti

L’evoluzione architettonica, dalla mastaba alla piramide a gradoni, nel complesso di Djoser, a Saqqarah in Egitto. (Franck Monnier)

UNA TEORIA SENZA FONDAMENTO – La teoria degli antichi astronauti è stata bollata da molto tempo come ciarlataneria: storici e archeologici hanno dimostrato da tempo come i fondamenti su cui si regge non hanno alcun valore. I suoi autori si muovono su suggestioni dettate dalla modernità senza tener conto del contesto e del tempo in cui furono realizzate. Sì sostiene che le piramidi egizie, mesopotamiche o americane non possono essere opera dell’uomo perché realizzate in tempi troppo brevi e con una tecnologia che all’epoca non poteva essere disponibile. In realtà non apparvero dal nulla all’improvviso, ma sono frutto di una lentissima evoluzione. In Egitto possiamo vedere che cronologicamente le perfette piramidi di Giza arrivano dopo le piramidi a gradoni che a loro volta arrivano dopo semplici blocchi quadrati.

Non solo, spesso tali teorici hanno effettuato una selezione chirurgica del materiale archeologico a disposizione, scegliendo solo ciò che potesse ricordare i viaggi spaziali. Estrapolando dal contesto che lo circonda, svuotandolo dal significato e dalla simbologia religiosa che porta con sé, quel reperto diventa e si trasforma in qualcosa che non è. Prima delle imprese dello Sputnik e dell’Apollo, nessuno aveva mai visto o letto nei reperti tracce degli antichi astronauti.

iperborea antichi astronauti

Nel Typus Orbis Terrarum di Abraham Ortelius (1587), l’Iperborea è rappresentata come un continente all’estremo settentrione del globo.

LE RADICI NEL DIFFUSISMO – La teoria degli antichi astronauti è figlia del cosiddetto diffusismo, un’ipotesi particolarmente popolare fra fine Ottocento e inizio Novecento. Notando le somiglianze fra le civiltà antiche più evolute (Egitto, Mesoamerica, India e Mesopotamia) alcuni studiosi (fra cui il più importante fu l’archeologo Elliot Smith) ipotizzarono l’esistenza di una civiltà più antica, una civiltà-madre di tutte le civiltà. Tale civiltà-madre (non aliena, ma umana) dopo aver raggiunto un importante progresso sarebbe stata spazzata via da un imprecisato cataclisma e i sopravvissuti si sarebbero dispersi nel mondo portando però con sé le capacità, le conoscenze, la religione, i miti che avevano nella madrepatria, in un processo simile alla diaspora ebraica.

L’ipotesi della civiltà originaria tenne particolarmente banco all’epoca, anche per le suggestioni politiche che portava con sé. Non dimentichiamo che siamo negli anni del razzismo scientifico e del mito della razza ariana (non a caso, alcuni diffusisti descrivevano gli originari come uomini bianchi e biondi). Il luogo di questa civiltà originaria fu cercato a lungo: in Tibet, in Scandinavia (per via del mito greco dell’antica Iperborea, la terra felice del Nord), nei fondali dell’Oceano Atlantico (per via del mito di Atlantide) e in quelli dell’Oceano Pacifico (per via della controversa leggenda del continente scomparso Mu). Si disse anche che il luogo della civiltà originaria poteva essere uno dei popoli a noi già noti.

icke antichi astronauti

David Icke, il creatore della teoria complottista sui rettiliani. (Tyler Merbler)

SOLO PSEUDOSCIENZA, E LE SUE CONSEGUENZE – L’evoluzione della ricerca archeologica e antropologica (grazie soprattutto all’ausilio dell’analisi genetiche) ha smentito definitivamente l’ipotesi del diffusismo e oggi si ritiene che le singole civiltà ebbero una loro evoluzione autonoma, mentre è ancora un mistero la conoscenza precisa dei contatti e degli scambi commerciali che esistevano all’epoca (e se siano realmente esistiti).

Proprio nel momento stesso in cui il diffusismo usciva dalle accademie e dalle università, trovò nuova vitalità nel campo della pseudo-storia, evolvendosi nella teoria degli antichi astronauti. La civiltà originaria non era dunque terrestre ma extra-terrestre. Nelle sue varianti più estreme, la teoria degli antichi astronauti ha assunto anche versioni complottiste: l’inglese David Icke, ex calciatore, è il padre della teoria dei rettiliani. Gli alieni non sarebbero scomparsi ma sarebbero ancora fra noi sotto mentite spoglie e ci controllerebbero piazzando dei loro esponenti nei ruoli chiave della società. Altri ancora ne hanno elaborato varianti mistiche e religiose: gli alieni-creatori, buoni e desiderosi di aiutare il progresso di noi umani, torneranno sulla Terra e riporteranno la pace e la prosperità su tutto il pianeta.

Sono nato nel 1990, laureato in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma. Ho scritto per giornali locali e nazionali fra cui Donna Moderna, Linkiesta, Next Quotidiano e altri.

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