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Tra le cinquanta stelle della bandiera degli Stati Uniti ce n’è una che rappresenta uno Stato, il Texas, dalla storia tutta particolare, allo stesso tempo distinta e strettamente intrecciata a quella dell’intera nazione americana, e del quale passato, presente e prevedibile futuro possono dirci qualcosa di essenziale su cosa sia stata finora l’identità profonda degli Stati Uniti e su come questa potrebbe evolvere nel giro di pochissimi anni.

DA STATO SOVRANO… – La prima peculiarità è legata al fatto che il Texas, unico tra gli Stati dell’Unione, è entrato a far parte della Federazione dopo aver vissuto una stagione da Stato sovrano che, sebbene di breve durata – appena nove anni – ha lasciato un segno indelebile sull’identità dello Stato e dei suoi abitanti.

Più in dettaglio, dopo essere stato ufficialmente inglobato (1716) nella Nuova Spagna, ovvero il complesso dei possedimenti coloniali iberici nell’America centro-settentrionale, il Tejas, nome con cui era noto agli iberici il territorio dell’attuale Stato (e tejanos sono tuttora chiamati i discendenti dei colonizzatori spagnoli), entrò a far parte del Primo Impero Messicano, nato dalle ceneri della Nuova Spagna nel 1821, dopo che il Messico ottenne l’indipendenza dalla monarchia spagnola.

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Carta della Repubblica del Texas del 1844. (U.S. Geological Survey Library)

Successivamente, tra il 1835 e il 1836, ebbe luogo la Rivoluzione texana contro Città del Messico, che avrebbe portato alla Dichiarazione d’Indipendenza e alla costituzione della Repubblica del Texas come Stato indipendente. Protagonisti della rivolta furono cittadini statunitensi, provenienti esclusivamente da Stati del profondo Sud dell’Unione (Virginia, Tennessee, Kentucky, North e South Carolina, Alabama, Missouri, Lousiana, Arkansas), di origine anglo-celtica (soprattutto scozzese e nord-irlandese) e di religione protestante, che a partire dal 1821 avevano risposto all’appello con cui le autorità del neonato Impero messicano li invitavano a trasferirsi nella provincia di Coahuila y Tejas per accrescerne la popolazione.

Sebbene l’accordo stretto con la Corona messicana prevedesse che i nuovi arrivati adottassero lingua e costumi castigliani (compresa quindi la religione cattolica), il rispetto di queste clausole da parte degli statunitensi fu puramente di facciata, in quanto essi mantennero inalterato il loro stile di vita integralmente “sudista”, non rinunciando neanche alla schiavitù che era stata nel frattempo abolita dal governo messicano. Più in generale, gli statunitensi presero a vivere con sempre maggiore insofferenza ogni ingerenza nella gestione dei loro affari da parte di Città del Messico, specie in tema di tassazione: da un lato ricalcando alcune motivazioni della Rivoluzione Americana di fine ‘700, dall’altro anticipando l’avversione verso il big government di Washington che ciclicamente si sarebbe riproposta nella successiva storia Usa.

texas santa anna surrender

William Henry Huddle, “Mexican General López de Santa Anna‘s surrender to Sam Houston”, 1886.

… A STATO MEMBRO – Da non trascurare, nel comprendere le cause profonde della rivolta texana, anche la già ricordata origine etnica dei suoi animatori, che discendevano da quegli scozzesi di religione protestante che nel corso del XVII avevano occupato terre nord-irlandesi a scapito dell’autoctona popolazione cattolica. Questi, nel secolo successivo, avevano compiuto un’operazione analoga nell’America settentrionale, questa volta a danno dei nativi americani: in un certo senso, quindi, l’usurpazione territoriale era scritta nel DNA dei rivoluzionari texani, che anche per questo riconobbero sempre meno l’autorità di Città del Messico.

Ciò condusse al punto di rottura della Rivoluzione, che fu caratterizzata da alcuni episodi particolarmente cruenti (come la celeberrima battaglia di Alamo) e che si concluse, come si accennava prima, con la vittoria texana e la nascita della Repubblica del Texas (1836), che non potè non configurarsi come uno Stato schiavista, guidato dall’elite bianca di origine anglosassone che aveva animato la rivolta.

Solo nel febbraio 1845 il Congresso degli Stati Uniti avrebbe autorizzato l’accesso del Texas all’Unione, dopo nove anni in cui Washington aveva esitato a prendere tale decisione, da un lato per evitare l’ingresso di un ulteriore Stato schiavista (si era alla vigilia della Guerra di Secessione), dall’altro per scongiurare una guerra con il Messico, che certo non avrebbe gradito l’annessione all’ingombrante vicino di un suo ex territorio, peraltro di notevole importanza strategica e sul quale Città del Messico rivendicava ancora la sovranità.

In effetti la temuta guerra con il Messico ci fu e si protrasse per due anni, dal 1846 al 1848, concludendosi con il trattato di Guadalupe Hidalgo in forza del quale gli Usa ottennero dal Messico la California, il Nevada, lo Utah e l’Arizona e si videro cedere dal Texas, in cambio di 20 milioni di dollari, il New Mexico e parti degli attuali Colorado, Kansas e Wyoming: in tal modo, il Texas, con il suo ingresso nell’Unione e con l’esito della guerra che ne seguì (specie in termini di acquisizioni territoriali), fu il propulsore e il simbolo stesso del compimento di quello che all’epoca era considerato il “destino manifesto” degli Usa, ovvero l’espansione verso Ovest fino alle coste del Pacifico.

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La Texas German and English Academy nel 1883. (Texas State Library and Archive Commission)

DUE CULTURE EUROPEE E LA SECESSIONE – Nel frattempo, prima negli anni della Repubblica e poi in misura maggiore negli anni successivi all’ingresso negli USA, il Texas fu la meta di un intenso movimento migratorio di uomini e donne di origine tedesca, che alla metà del XIX secolo costituivano il 30% della popolazione dello Stato. Il loro incontro-scontro, proprio e soprattutto nello Stato della Stella Solitaria, con l’altra componente di ascendenza europea, quella anglosassone di cui si è detto, avrebbe dato vita al tipo antropologico dello white man statunitense che siamo stati abituati a conoscere fino ad adesso.

In effetti, i primi contatti tra i due ceppi europei in territorio texano non furono dei migliori, e ciò per alcune sostanziali differenze che sussistevano tra di loro, sia in termini di stili di vita e approccio al lavoro (si contrapponevano il rifiuto anglosassone della coltivazione della terra, che si traduceva nell’affidare agli schiavi il lavoro nelle piantagioni di cotone e nella conduzione di una vita di agi e mollezze, e l’operosità teutonica nel diretto lavoro nei campi) sia in fatto di rapporti con altri gruppi di origine europea (all’aristocratica chiusura ad ogni contaminazione da parte dei britannici faceva da contraltare l’accoglienza riservata dai tedeschi, nelle zone da loro occupate, a boemi e mitteleuropei).

Decisive furono poi le divisioni sul tema della schiavitù, che rappresentava uno dei puntelli su cui l’elite anglosassone che guidava il Texas fondava il proprio potere: se inizialmente queste divisioni si concretizzarono in semplici riflessioni anti-schiaviste portate avanti da intellettuali tedeschi di credo egalitario riparati in Texas dopo il fallimento dei moti europei del 1848, in un secondo tempo esse esplosero in tutta la loro evidenza.

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Alcuni Terry’s Texas Rangers (8th Texas Cavalry) durante la Guerra di Secessione. (Texas State Historical Association)

Ciò accadde soprattutto in occasione del referendum del 23 febbraio 1861 con cui il Parlamento texano decise di rimettere all’approvazione popolare la propria decisione di staccarsi dall’Unione e di aggregarsi alla Confederazione sudista: gli elettori texani confermarono la scelta parlamentare, ma, ed è questo il dato che rileva evidenziare, il più alto numero di voti contrari alla secessione si registrò proprio nelle contee abitate in maggioranza dai germanici, evidentemente sensibili alla propaganda anti-schiavista svolta da loro connazionali.

Dopo la Guerra di Secessione, tuttavia, e soprattutto dopo la fine dell’occupazione nordista seguita alla sconfitta confederata, in Texas la convivenza tra britannici e tedeschi andò sensibilmente migliorando, e lo fece nel segno della legislazione fortemente segregazionista che fu via via approntata come surrogato della schiavitù ormai abolita (quartieri off-limits; posti assegnati sui treni, nelle stazioni e nei bagni pubblici; interdizione delle minoranze dalle università e dagli stadi).

In tale legislazione anche i bianchi di etnia germanica finirono per riconoscersi, integrandosi in tal modo perfettamente con i bianchi di origine anglosassone e diventando essi stessi parte del ceto dirigente texano, a scapito delle minoranze segregate, ovvero gli afroamericani, certo, ma anche, nel peculiare contesto texano, i tejanos, i texani di lingua e cultura spagnola. È quindi alla fase post-Guerra di Secessione e al peculiare assetto sociale che ne emerse che bisogna guardare per capire quando e come il Texas è diventato quel granaio di voti conservatori che tradizionalmente è stato.

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Previsione della futura popolazione texana per etnia. Secondo i dati dell’Ufficio statistico dello Stato, gli ispanici supereranno i bianchi attorno al 2020. (Alex Dolan/The Daily Texan)

TEMPI CHE CAMBIANO: LE NUOVE “MAGGIORANZE ETNICHE” – Eppure, negli ultimi anni qualcosa sta cambiando e anche in questo il Texas fa da anticipatore di tendenze che sono, e presumibilmente saranno sempre di più, di tutti gli Stati Uniti. Il riferimento è evidentemente alla crescita in termini demografici degli ispanici (ricomprendendo in questa categoria anche gli immigrati di origine messicana), che attualmente rappresentano il 38% dei 27 milioni di texani, contro il 43% dei bianchi di origine europea.

In Texas quindi gli white men non rappresentano più la maggioranza della popolazione dello Stato, al contrario sono in sostanziale parità demografica con gli ispanici, e, in base alle stime dell’Ufficio statistico texano, entro il 2020 diventeranno minoranza, con i tejanos maggioranza assoluta nel 2042. Tutto questo avrà inevitabilmente delle rilevanti conseguenze, sia a livello politico sia a livello culturale.

Sul piano politico, il Texas corre seriamente il rischio di trasformarsi, nelle elezioni presidenziali dei prossimi anni, da fortino repubblicano in uno Stato in bilico, e forse, addirittura, democratico, visto che gli ispanici votano tendenzialmente più a sinistra, con ripercussioni forse decisive sul meccanismo dell’ Electoral College: un Texas con una maggioranza ispanica favorevole ai democratici consegnerebbe a questi ultimi il secondo Stato per numero di Grandi Elettori, che si aggiungerebbe al primo e al terzo (cioè California e New York), che già sono roccaforti del partito dell’asinello.

Da un punto di vista culturale, l’elemento da tenere d’occhio lo ha indicato Dario Fabbri nel suo editoriale sul numero della rivista Limes dell’agosto 2016 dedicato proprio al Lone Star State: si tratterà soprattutto di comprendere, sottolinea Fabbri, se «saranno gli ispanici a tramutarsi in calvinisti comunitari, oppure gli anglosassoni in cattolici egalitari», ovvero di capire se gli ispanici daranno la loro impronta culturale alla società texana per poi diffonderla all’intera nazione americana, certo non senza provocare reazioni “identitarie” nell’ormai ex maggioranza bianca (si veda, da ultima, in tal senso, l’elezione di Donald Trump) o se, al contrario, saranno loro ad “americanizzarsi”, a fondersi in modo originale con la cultura statunitense, magari partendo proprio dal Texas, che già una volta, lo si è visto, è stato brodo di cultura e fucina dell’idealtipo americano.

Laureato in Lettere Classiche alla Sapienza di Roma e attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in Linguistica presso la stessa università, per ragioni ancora non del tutto chiare mi interesso di politica, comunicazione e sondaggi senza dimenticare le radici classiche della mia formazione.

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